LE 100 INTERVISTE DEL SIGNOR FRANCESC'ALBERTO

di Francesco&Alberto.


Fisica quantistica e ricerca interiore. Intervista al fisico teorico e autoricercatore sperimentale prof. Massimiliano Sassoli de Bianchi.


"... non sono le leggi universali che si infrangono, quando studiamo le entità microscopiche, quanto i nostri pregiudizi... la grande danza della realtà multidimensionale non può essere messa in scena in un unico teatro come quello spaziotemporale... la Ricerca, quella con la “R” maiuscola, è una sola. L’incontro tra scienza e spiritualità è quindi certamente possibile, poiché la loro separazione è di natura illusoria..."


Lei è un fisico teorico, dedito alle attività di ricerca interiore e di studio della coscienza, è scrittore, ricercatore, divulgatore scientifico, è specializzato nel campo della fisica quantistica (fra l’altro fa parte del gruppo di ricerca presso l’università di Brussel diretto dal fisico Diederik Aerts) ed altro ancora; difficile per noi offrire una sua presentazione che non sia banale e, per questo, lasciamo che sia lei ad introdursi. Chi è Massimiliano Sassoli de Bianchi?

Ad essere sincero, non amo molto le definizioni, che difficilmente catturano ciò che una persona realmente è. Ad ogni modo, se dovessi caratterizzarmi con una frase “ad effetto”, direi forse che sono un “fisico teorico e autoricercatore sperimentale”.

Comunque sì, sono affiliato al Centro Leo Apostel, della Vrije Universiteit Brussel (https://clea.research.vub.be), che è un centro di natura transdisciplinare, fondato dal fisico belga Diederik Aerts, con cui ho il piacere di collaborare. Il direttore del centro è però oggi il cibernetico Francis Heylighen.

A Lugano, dirigo anche un piccolo centro di ricerca interiore, il LAB – Laboratorio di Autoricerca di Base (https://autoricerca.ch).


Può “presentare” la meccanica quantistica?

Ci vorrebbe un intero libro per farlo!

Semplificando all’estremo, possiamo dire che la meccanica quantistica nasce nei primi anni del secolo scorso (giungendo poi a maturità nel corso degli anni Trenta), nel tentativo di spiegare alcuni dati sperimentali in aperto conflitto con quanto predetto dalle teorie disponibili. Ciò ha portato a una vera e propria rivoluzione, che ha modificato per sempre il nostro modo di guardare alla realtà fisica, soprattutto quella del micromondo.

Oggi sarebbe comunque più corretto usare il termine “fisica quantistica”, anziché “meccanica quantistica”, perché tutta la fisica moderna, e non solo la meccanica, è stata attraversata dalla rivoluzione quantistica.

La fisica quantistica ha leggi molto stravaganti. A livello quantistico, una particella è come se fosse, contemporaneamente, bianca e nera, come se scegliesse, autonomamente e casualmente, se manifestarsi come materia o come energia, come se potesse interagire e scambiare informazioni con altre particelle istantaneamente e superando, senza problemi, la velocità della luce. È fantascienza, sono ipotesi teoriche o è stato sperimentato che le particelle elementari possiedono tali capacità?

Le cosiddette particelle elementari, che non sono dei semplici corpuscoli, possiedono delle capacità strabilianti, è vero, soprattutto se le si guarda dalla prospettiva dei nostri pregiudizi spaziotemporali.

Ma non è interamente corretto affermare che una particella elementare sia in grado di possedere simultaneamente delle proprietà incompatibili, come un corpo che sarebbe simultaneamente bianco e nero (o come il povero gatto di Schrödinger, amico del vostro Gattaccio, che sarebbe simultaneamente vivo e morto). Due proprietà incompatibili, come essere presenti in due regioni separate dello spazio, possono sì essere possedute simultaneamente da un’entità quantistica, ma solo in potenza, mai in atto.

Prendiamo l’esempio di un corpo grigio. Possiamo fare un esperimento e chiedere a delle persone se trovano quel corpo grigio più simile a un corpo bianco, o più simile a un corpo nero. Alcuni risponderanno dicendo che è più simile a un corpo bianco, altre che è più simile a un corpo nero. Osservando le diverse risposte, possiamo allora dire che quel corpo grigio è, potenzialmente, sia bianco che nero. Ecco, per le entità quantistiche, quando si trovano in uno stato detto di sovrapposizione, accade esattamente questo: si trovano in uno “stato grigio”, che dà luogo a delle risposte differenti, quanto uno strumento di misura deve decidere se quel grigio è più simile al nero o più simile al bianco.

(Apro una parentesi curiosa: se mettiamo un corpo grigio sotto una lente d’ingrandimento, scopriamo che quel grigio è fatto di una mescolanza di tanti piccoli pixel bianchi e neri).

Per quanto riguarda la velocità della luce, le particelle quantistiche non la superano mai, nel senso che nessun’entità fisica è in grado di muoversi attraverso lo spazio più velocemente della velocità della luce.

Le entità quantistiche sono però dotate di una strana capacità, detta non-località, che le permette di “muoversi” al di fuori dello spazio, ed è per questo che, in alcune circostanze, può dare luogo a dei fenomeni supralumínici.

La relatività di Einstein, è bene ricordarlo, non vieta i fenomeni supralumínici, cioè i fenomeni più veloci della luce. Quello che vieta è la possibilità di una comunicazione supralumínica, o di un trasporto di materia supralumínico, perché ciò genererebbe dei paradossi.

L’ombra è un esempio emblematico di un fenomeno in grado di muoversi più velocemente della luce. C’è un bellissimo libricino del fisico francese Jean-Marc Lévy-Leblond che lo spiega molto bene, dal titolo “La Vitesse de l’ombre. Aux limites de la science”, cioè “La velocità dell’ombra. Ai limiti della scienza”. Non so però se è mai stato tradotto anche in italiano [1].


La fisica classica ci insegna le leggi universali che tutti conosciamo ed abbiamo studiato; però, quando si studiano le particelle elementari, queste leggi si infrangono e vigono i principi della fisica quantistica, quasi sempre in totale contrasto con le leggi della fisica classica. Ma la realtà in cui noi viviamo è unica. Come è possibile?

Dire che la fisica classica ci insegna “le leggi universali che tutti conosciamo” non è del tutto corretto. Se fossero realmente universali, allora resterebbero valide anche a livello microscopico. Non sono quindi le leggi universali che si infrangono, quando studiamo le entità microscopiche, quanto i nostri pregiudizi, nel senso che quelle che ritenevamo essere delle leggi universali, di fatto non lo sono.

Che la realtà si unica, o “una”, non ci sono dubbi. Come diceva il grande fisico francese Henry Poincaré, se non erro nel suo bellissimo libricino “La scienza e l’ipotesi” [2], il problema non è tanto sapere se la realtà (lui diceva la natura) sia una, essendo ciò praticamente un’evidenza, ma “come” essa sia una, cioè come è strutturata quell’unità, quali tipologie di enti la compongono, qual è la loro natura, le loro relazioni, ecc.

Altra cosa importante, non dobbiamo confondere la mappa con il territorio. Se la realtà è il territorio che stiamo esplorando, le nostre teorie scientifiche sono come delle mappe che disegniamo per rappresentarlo e spiegarlo.

La questione diventa allora: possiamo rappresentare tutta la realtà su un’unica mappa?

Se lo chiediamo a Werner Heisenberg, uno dei padri fondatori della fisica quantistica, la sua risposta è negativa. Infatti, secondo Heisenberg, la fisica quantistica e la fisica classica sono mappe che descrivono in modo completo degli aspetti differenti della nostra realtà. Nel senso che Heisenberg le considerava non ulteriormente perfezionabili, e pensava la stessa anche in relazione ad altre teorie fondamentali della fisica, come la relatività, la termodinamica statistica e l’elettromagnetismo.

Per lo scopritore del famoso principio che oggi porta il suo nome, queste teorie sono “chiuse”, nel senso che descrivono in modo perfettamente accurato e completo determinati aspetti del territorio, cioè della realtà fisica, che per sua natura richiede un pluralismo di mappe.

Con Diederik Aerts, abbiamo espresso un concetto molto simile introducendo la nozione di “realismo multiplex”, secondo la quale la grande danza della realtà multidimensionale non può essere messa in scena in un unico teatro, come ad esempio quello spaziotemporale, ma richiede una molteplicità di teatri, dalle diverse caratteristiche, ognuno in grado di catturare alcuni suoi aspetti, ma non altri [3].

Ad esempio, una cosa che molti miei colleghi non sanno, scoperta da Diederik Aerts negli anni Ottanta del secolo scorso, quando lavorava ancora al suo dottorato di ricerca, è che la teoria quantistica non è assolutamente in grado di descrivere due sistemi separati [4]. Intendo dire due sistemi “sperimentalmente separati”, e non semplicemente “spazialmente separati”.

Il famoso paradosso di Einstein, Podolsky e Rosen, di cui avete forse sentito parlare, origina proprio da questo assunto ingiustificato: che il teatro quantistico sia a priori in grado di mettere in scena ogni aspetto del reale. Non è così.


Fra i temi delle sue ricerche sulla meccanica quantistica si distingue il “principio di non-località” delle particelle; in estrema sintesi, si sostiene che le particelle fondamentali non appartengano allo spazio euclideo in cui noi ci troviamo, bensì che esse appartengano ad un diverso “piano” e che si manifestino nel nostro spazio quando si verificano determinate condizioni. Può spiegarci in termini semplici questo principio e cosa implica nel concreto della realtà che viviamo?

È importante precisare che molti miei colleghi non concordano sull’interpretazione della non-località quantistica in termini di non-spazialità, cioè sul fatto che le entità quantistiche, per la più parte del loro tempo, si troverebbero in stati genuinamente non-spaziali.

Esiste un forte pregiudizio che noi umani coltiviamo, direi quasi inconsapevolmente: quello di ritenere che tutto il reale sia contenuto nel teatro spaziotemporale. Ma è un teatro davvero troppo esiguo per riuscirci. Questo lo sappiamo non solo a seguito della rivoluzione quantistica, ma anche della rivoluzione relativistica.

Spiegare in modo semplice la non-località quantistica, cioè la non-spazialità delle entità quantistiche, non è cosa facile, perché si rischia di incorrere in numerosi fraintendimenti. Ma ci provo con una metafora, che considero piuttosto azzeccata.

Prendiamo la lingua italiana. Se chiedo a una persona se la lingua italiana esiste, la risposta sarà ovviamente affermativa. Ma se chiedo dove si trova la lingua italiana, la risposta sarà meno evidente.

Si potrebbe essere tentati di dire che la lingua italiana si trova nei libri scritti in italiano, nelle registrazioni audio in italiano, ecc. Sarebbe però una risposta non interamente soddisfacente. Infatti, in qualche modo, staremmo confondendo la lingua italiana, che è un’entità immateriale, con le tracce che è in grado di lasciare nei diversi supporti di materia con cui può interagire, come i libri stampati ed elettronici, i file audio, ecc.

Ecco, un’entità microscopica (come un fotone, o un elettrone) sarebbe non-spaziale un po’ allo stesso modo in cui lo è la lingua italiana. Come quest’ultima, non vive propriamente nello spazio, ma è in grado di lasciare in esso delle tracce rilevabili quando interagisce con i diversi strumenti di misura, ad esempio in un laboratorio di fisica.

Riguardo alla domanda di cosa implichi, nel concreto della realtà che viviamo, la non-località, o la non-spazialità, qui le risposte possono essere molteplici. Tutte le più importanti proprietà quantistiche della materia-energia sono una conseguenza dell’esistenza dei cosiddetti stati di sovrapposizione, da cui consegue la non-località. Tutte le tecnologie che sfruttano le proprietà quantistiche, in qualche modo sfruttano la non-località.

Oggi va molto di moda parlare dei computer quantistici, in grado di risolvere in tempi brevi dei problemi calcolatori che i computer classici possono risolvere solo in tempi astronomici. Se possono farlo è perché usano la non-località. In un certo senso, ragionano su un livello più astratto, quello del significato contenuto in una lingua, e non su quello più concreto, ma più limitato, delle sue tracce. Per dirla in un altro modo, lavorano sul livello delle potenzialità anziché sul livello delle attualità.


Un altro tema della sua ricerca è la “coscienza quantistica”. Di cosa si tratta? A che punto è la ricerca e quale è, se c’è, la differenza con la “mente quantistica”?

Il tema della coscienza mi affascina sin da quando ero bambino, ma come fisico mi sono occupato unicamente di cognizione quantistica, non di coscienza quantistica, o di mente quantistica. Ma è facile confondere tutti questi termini.

Provo a spiegare brevemente cosa sia la “cognizione quantistica”.

In passato, molti studiosi della mente hanno cercato di modellizzare, senza successo, il modo in cui noi umani pensiamo, prendiamo decisioni e attribuiamo un significato alle diverse situazioni di vita. L’insuccesso era dovuto al fatto che malgrado il pregiudizio che noi umani siamo “animali razionali”, di fatto raramente ci comportiamo in modo razionale.

In un certo senso, la situazione era simile a quella dei padri fondatori della fisica quantistica, che si sono ritrovati a studiare delle entità fisiche anch’esse dal comportamento irrazionale, nel senso che non obbedivano alle leggi della fisica classica, che si fondavano sulla cosiddetta logica Booleana.

Insomma, un po’ come noi umani, le entità quantistiche si comportavano raramente in modo razionale.

Ora, ad alcuni fisici e matematici che appresero di questi problemi che si ponevano gli psicologi sperimentali, tra cui il già menzionato Aerts, venne l’idea di provare ad applicare la matematica quantistica alla modellizzazione dei processi cognitivi umani. In altre parole, invece di applicare le leggi probabilistiche della fisica classica, cominciarono ad applicare quelle della fisica quantistica, e a loro grande sorpresa scoprirono che il “vestito matematico quantistico” era fatto su misura per descrivere il modo in cui i concetti umani si combinano tra loro e interagiscono con le strutture sensibili al loro significato, come le menti umane.

La cognizione quantistica è dunque quel campo di studio che prende in prestito l’artiglieria della matematica quantistica per spiegare il nostro modo di pensare e di prendere decisioni. Le ragioni del suo successo sono facili da capire. Anche se i padri fondatori della quantistica non lo avevano realizzato, o pienamente realizzato, la teoria che avevano sviluppato possedeva una caratteristica molto particolare: quella di permettere la descrizione di entità di natura altamente contestuale.

Un elettrone, ad esempio, a seconda del contesto sperimentale, si comporterà più come un corpuscolo o più come un’onda. Lo stesso vale per i concetti umani. A seconda del contesto, una stessa parola sarà in grado di cambiare completamente di significato.

Faccio un esempio. La parola “vite”, inserita in un contesto linguistico dove appare la parola “terra”, ad esempio nella frase “sono passato a prendere la terra che mancava alla tua vite”, avrà un significato completamente differente di quando viene inserita in un contesto dove appare la parola “bullone”, ad esempio nella frase “sono passato a prendere il bullone che mancava alla tua vite”.

In altre parole, le entità concettuali umane e le entità quantistiche sono entrambe di natura contestuale. Tra l’altro, questa osservazione ha portato il collega Aerts, qualche anno fa, a proporre un’interpretazione molto innovativa della fisica quantistica, detta interpretazione concettualistica, sulla quale ho avuto modo di riflettere anch’io di recente [5]. Secondo questa interpretazione, decisamente molto speculativa, la stranezza del comportamento delle entità del micromondo sarebbe dovuta al fatto che sono molto più simili a dei concetti, che a degli oggetti.

Per quanto riguarda i termini di “mente quantistica”, o “coscienza quantistica”, con essi si fa solitamente riferimento a qualcos’altro: alla possibilità di spiegare la mente, o la coscienza, ipotizzando che esse emergano da particolari processi quantistici, aventi luogo nel cervello.

Personalmente non sono molto attratto da questi modelli, per quanto alcuni siano indubbiamente ingegnosi, poiché ritengo che la mente, e la coscienza, siano “qualcosa” la cui esistenza prescinde dalla struttura materiale del cervello, nel senso che sono “qualcosa” in grado di utilizzare, per manifestarsi, diverse strutture, non solo quelle della materia ordinaria.


L’“entanglement” rappresenta uno dei più grandi misteri irrisolti della scienza. In sintesi è la proprietà che hanno alcune particelle, correlate fra loro, di trasmettersi informazioni istantaneamente, a prescindere dalla loro distanza nello spazio, così che la velocità di tale trasmissione supera anche quella della luce. Come è possibile? Questa scoperta mette in discussione le fondamenta della fisica? E che nuovi scenari teorici apre sulla conoscenza della materia e della realtà?

Quando si fa riferimento all’entanglement quantistico, spesso si pensa a delle “particelle” molto lontane tra loro. Ma l’entanglement è onnipresente nelle strutture materiali, a prescindere dalle distanze spaziali in gioco.

Tutto ciò che interagisce, produce intricazione, per usare il termine che usano i francesi per tradurre la parola inglese “entanglement”. Il modo in cui nel gruppo di Bruxelles spieghiamo l’entanglement è il seguente: le entità quantistiche, quando interagiscono, creano delle vere e proprie connessioni. Queste connessioni sono come dei “ponti di collegamento”, che restano però nascosti, perché non rappresentabili all’interno del nostro teatro spaziale. Sono dei ponti non-spaziali, da cui emergono le famose correlazioni quantistiche.

Per fare un esempio semplice, consideriamo due persone, Alice e Bob, che tengono in mano i due lembi di un lunghissimo elastico in tensione, tanto lungo che Alice e Bob non possono vedersi e comunicare. Sanno però che quell’elastico, quando non è in tensione, è lungo esattamente 100 metri.

Supponiamo ora che Alice e Bob si accordino su quando tirare, contemporaneamente, sui rispettivi lembi, rompendo così l’elastico. In questo modo, raccoglieranno entrambi un frammento dell’elastico originale. Ora, se Alice misura la lunghezza del suo frammento, e diciamo scopre che è di 30 metri, sarà in grado di predire con certezza la lunghezza del frammento di Bob, che sarà di 70 metri, cioè 100 metri meno 30 metri. In altre parole, senza che vi sia stata alcuna comunicazione tra Alice e Bob, le lunghezze dei due frammenti sono perfettamente correlate. Ecco, le correlazioni quantistiche sono un po’ come un elastico invisibile che si rompe.

In questa nostra intervista, non possiamo ovviamente approfondire queste tematiche. Mi permetto solo di aggiungere che secondo l’interpretazione concettualistica, che ho evocato poc’anzi, queste connessioni quantistiche sarebbero fatte di una strana “sostanza”, che se dovessimo descrivere usando il nostro linguaggio umano, diremmo che è simile al significato. È il significato, infatti, che permette di connettere tra loro i diversi concetti, cioè le entità concettuali che popolano il nostro mondo culturale umano, e che forse popolano anche il mondo della materia-energia.


La scoperta del “Bosone di Higgs” ha dimostrato l’esistenza del “Campo di Higgs” e, di conseguenza, come la materia abbia assunto massa; secondo lei, la materia oscura semplicemente non interagisce con questo Campo o c’è dell’altro? Cosa pensa di questa forma di “materia”?

Penso che al momento ne sappiamo veramente troppo poco per poter dire qualcosa di sensato a riguardo.

Visto che ho appena evocato la nozione di “significato”, e la possibilità che il comportamento delle entità fisiche sia governato dal livello del significato, si potrebbe speculare che la cosiddetta materia oscura appartenga a una “cultura” talmente diversa da quella della materia ordinaria, da non permettere alcuna forma di comunicazione, se non tramite il canale gravitazionale.

Uscendo dal campo della fisica, alcuni ipotizzano che la materia oscura sia una manifestazione indiretta di quei campi di “materia sottile” che sono descritti in molti testi delle antiche tradizioni, come ad esempio quella dello Yoga. Personalmente resto scettico. Intendiamoci, non sono scettico circa l’esistenza delle dimensioni più “sottili” dell’esistenza, ma sul fatto che la materia oscura abbia proprio a che fare con queste dimensioni.


Il fisico Hugh Everett ha ipotizzato l’esistenza di più universi (multiverso) che potrebbero essere anche in collegamento attraverso i buchi neri, come teorizzato dal fisico Stephen Hawking. Quale è la sua posizione al riguardo?

La fisica descrive diverse tipologie di possibili universi paralleli. Quelli ipoteticamente collegati o collegabili tramite buchi neri non sono però della stessa natura degli universi associati al nome di Hugh Everett.

Quest’ultimo, a dire il vero, non ha mai parlato di universi paralleli. Chi lo ha fatto è stato il fisico americano Bryce deWitt, che ha successivamente reinterpretato la teoria di Everett dando vita a quella che oggi viene definita l’interpretazione a molti mondi della fisica quantistica.

Con Aerts abbiamo scritto qualche anno fa un articolo piuttosto critico sulla visione a molti mondi, o a molti universi [6]. Non mi è possibile riassumere tutte le obiezioni che abbiamo sollevato in quel lavoro, ma ne indico una che mi sembra importante.

Nell’interpretazione a molti mondi non esistono i processi creativi, perché tutto ciò che può accadere, immancabilmente accade. Questo significa in particolare che nella visione di deWitt non esiste la dimensione della scelta, né di conseguenza la dimensione della potenzialità.

D’altra parte, se c’è qualcosa che la rivoluzione quantistica ha introdotto con forza, è proprio la dimensione della potenzialità, che è poi quella che non si lascia rappresentare nel nostro esiguo teatro spaziotemporale. Ciò che indichiamo con il termine di potenzialità costituirebbe la parte più ricca e profonda dell’immensa realtà in cui viviamo e ci evolviamo.

Dalla mia prospettiva, l’interpretazione a molti mondi getta il “bebè” e moltiplica all’infinito l’“acqua sporca”. Il bebè sarebbe la non-spazialità, mentre l’acqua sporca sarebbe il teatro spaziotemporale.


Crede che sarà possibile in futuro applicare gli studi e le scoperte in campo quantistico per comprendere e curare malattie rare?

Nel nostro gruppo di Bruxelles abbiamo suggerito di recente proprio questa possibilità, quale conseguenza della rivoluzione dell’utilizzo della matematica quantistica per estrarre informazioni significative dalla rete [7].

La cosiddetta medicina basata sulle evidenze è molto costosa, e quando si ha a che fare con delle patologie rare non è più negli interessi delle case farmaceutiche finanziarla. È necessario allora trovare dei metodi per estrarre delle informazioni più raffinate dall’analisi dei dati già disponibili, superando il problema dei test in doppio cieco, il cui scopo è valutare l’efficacia effettiva di un farmaco al di là degli effetti psicofisici. Lo strumento della statistica quantistica potrebbe dimostrarsi un valido alleato per arrivare a questo.


Varcando e superando determinati confini della scienza, non crede ci sia il rischio di raggiungere incognite incontrollabili ed inaccessibili?

Raggiungere ciò che è inaccessibile è per definizione impossibile. Invece, mettere mano su delle conoscenze che potrebbero portare a delle applicazioni in grado di sfuggire al nostro controllo, beh, questo purtroppo è altamente probabile, dal momento che è già successo.

Se il famoso “orologio dell’apocalisse” dell’Università di Chicago segna oggi “1 minuto e 40 prima della mezzanotte”, è a causa della continua minaccia che rappresentano gli arsenali nucleari a livello globale, cui bisogna aggiungere la più recente minaccia delle pandemie virali.

Riguardo quest’ultime, possiamo osservare che noi umani, con le conoscenze tecniche di cui oggi disponiamo, siamo in grado di alterare le funzioni di un virus di origine animale fino a renderlo altamente contagioso e letale per noi umani. L’ipotesi che il Sars-Cov-2 sia il risultato della cosiddetta “gain-of-function research” (ricerca di guadagno di funzione) non appartiene più, purtroppo, alle teorie del complotto, ma è considerata oggi come molto seria e realistica da numerosi scienziati.

Il problema è che il nostro progresso tecnologico, che è stato decisamente molto rapido negli ultimi decenni, non è stato accompagnato da un pari progresso etico. Questa differenza, tra il livello delle nostre conoscenze tecnico-scientifiche e la nostra comprensione della dimensione etica dell’esistenza, è indubbiamente qualcosa di molto pericoloso: una sorta di punto critico per la sopravvivenza della nostra specie su questo pianeta, che spero riusciremo a superare.


C’è un punto di incontro fra scienza e spiritualità? Se si, quale è?

Dalla mia prospettiva, la Ricerca, quella con la “R” maiuscola, è una sola. L’incontro tra scienza e spiritualità è quindi certamente possibile, poiché la loro separazione è di natura illusoria.

Sia la ricerca scientifica che la ricerca spirituale, quando intese nella loro accezione più pura, si muovono con un unico e medesimo scopo, che è quello di avvicinarsi sempre più alla Verità, qualunque cosa si voglia intendere con questo termine.

Diciamo che scienza e spiritualità utilizzano dei metodi di indagine differenti, perché la loro attenzione è su degli aspetti differenti del reale. Semplificando all’estremo, possiamo dire che la scienza guarda soprattutto all’esterno, e per sondare la realtà esteriore costruisce strumenti di misura sempre più performanti e sofisticati, mentre la spiritualità guarda soprattutto all’interno, e per sondare la realtà interiore utilizza uno strumento già in dotazione, quello molto sofisticato della nostra “macchina umana”, che non si limiterebbe però al solo corpo fisico.


Fino a che punto dovrebbe spingersi la ricerca scientifica? Non sarebbe giusto porvi un limite per non invadere la spiritualità dell'individuo?

La scienza non ha il potere di invadere la spiritualità dell’individuo, ma alcuni suoi conseguimenti potrebbero indubbiamente portarci ad imboccare dei vicoli ciechi evolutivi.

Ho parlato di “macchina umana”, perché stavo parlando di strumenti di indagine, ma il termine è improprio, perché noi umani (e non solo noi umani) non siamo delle macchine, siamo molto di più.

Quando iniziamo a esplorare la nostra interiorità, possiamo accorgerci che vive in noi “qualcosa” di misterioso, e allo stesso tempo di molto familiare; “qualcosa” che le nostre teorie scientifiche non sono in grado di catturare e spiegare.

Sto parlando del fenomeno della “coscienza nuda”, il fatto che noi esistiamo come soggetti, in grado di operare scelte e avere delle esperienze individuali, anche di natura trascendentale.

Questa dualità, tra ricerca esteriore e ricerca interiore, che è poi un altro modo di parlare della dualità tra materia e spirito, se non stiamo attenti, rischia di portarci fuori strada. Rischiamo ad esempio di lasciarci affascinare da quella visione filosofica che oggi domina la ricerca scientifica, detta del materialismo metafisico, secondo la quale noi umani altro non saremmo che bio-macchinari molto sofisticati.

Secondo questa visione, il corpo umano non sarebbe solo uno dei possibili veicoli di manifestazione della coscienza individuale, ma la sua sede, tanto che alla morte del corpo morirebbe anche la coscienza. Da questo assunto, secondo me ingiustificato, nasce l’idea, propria ad alcune correnti del transumanesimo, che solo tramite l’utilizzo della tecnologia possiamo superare i limiti della nostra condizione umana. In questa visione, ogni percorso di ricerca spirituale viene considerato vano e illusorio.

Dalla mia prospettiva, se vogliamo davvero scoprire quali sono i limiti della condizione umana, ed eventualmente superarli, dobbiamo volgere il nostro sguardo all’interno, non all’esterno. Solo in questo modo possiamo capire “cosa” realmente siamo, qual è il nostro vero potenziale, in quanto coscienze individuali in evoluzione.


Lei afferma che la religione e la scienza sono due finestre che offrono vedute su conoscenze differenti; sarebbe possibile applicare gli studi quantistici per risolvere i dogmi e i misteri della religione che oggi risultano inspiegabili?

Quello che a volte spiego è che scienza e spiritualità aprono entrambe delle finestre su degli aspetti non ordinari del reale, ma che ciò che possiamo osservare da quelle aperture, le conoscenze a cui ci danno accesso, non necessariamente coincidono.

Possiamo sicuramente affermare che la quantistica, e la relatività, ci hanno obbligati a pensare al reale uscendo dalla nostra ristretta rappresentazione spaziotemporale. E siccome il nostro linguaggio è imbevuto di nozioni spaziali e temporali, questo ci obbliga ad usare la nostra mente in modo molto differente da come siamo abituati, potremmo dire in modo non ordinario, e questo è sicuramente utile anche quando cerchiamo di riflettere sulla natura dei mondi spirituali, che non necessariamente però hanno a che fare con la fisica quantistica.

Non dobbiamo trasformare la fisica quantistica in una nuova religione, cosa che purtroppo sta già avvenendo in alcuni ambienti.


L’autoricerca, ovvero la ricerca interiore, ci spoglia di quello che non siamo; ma riesce a definire quello che siamo in termini assoluti o relativi al momento in cui viviamo?

Quando siamo interessati a comprendere la vera natura della nostra realtà, interiore o esteriore che sia, dobbiamo vegliare a non coltivare in noi degli assunti ingiustificati, dei pregiudizi. Questo perché un pregiudizio bloccherebbe il processo esplorativo e condizionerebbe la nostra percezione. È quindi utile, inizialmente, fare tabula rasa di ciò che pensiamo di sapere, e provare a permanere il più a lungo possibile in uno stato di pura osservazione.

La meditazione, di cui si sente tanto parlare, spesso purtroppo a sproposito, cerca di fare proprio questo: promuovere un processo osservativo che sia il più neutro possibile, il più disidentificato possibile. E visto che abbiamo parlato di spazio e di tempo, con la pratica meditativa si cerca anche “guardare” il reale senza il filtro dei nostri occhiali spaziotemporali.

Ora, una volta sgomberato il campo dai nostri preconcetti, cosa succede? Semplicemente, possiamo iniziare a percepire più chiaramente quello che realmente siamo, al di là delle nostre identificazioni. Ma non siamo noi a decidere “cosa siamo”, possiamo solo scoprirlo. È un cammino, ogni passo, per piccolo che sia, porta con sé delle nuove comprensioni, e realizzazioni.


Che cosa è la coscienza?

Che cosa sia realmente la coscienza, ritengo che nessuno sia in grado di dirlo. La domanda “Che cos’è la coscienza?” è per me dello stesso tenore della domanda “Che cos’è Dio?” Non sto dicendo che Dio e la coscienza siano la stessa cosa. Quello che sto suggerendo è che la coscienza, come Dio, siano delle vere e proprie “singolarità” presenti nel tessuto del reale; delle singolarità che probabilmente anche esseri molto più antichi di noi umani, da tempi immemori, stanno cercando di esplorare e studiare.



Riferimenti bibliografici :

[1] Jean-Marc Lévy-Leblond (2006). La Vitesse de l’ombre. Aux limites de la science.

Editions du Seuil.

[2] Jules Henri Poincaré (2012). La scienza e l’ipotesi. Edizioni Dedalo.

[3] Diederik Aerts & Massimiliano Sassoli de Bianchi (2020). Realismo multiplex. AutoRicerca

21, pp. 57-114.

[4] Massimiliano Sassoli de Bianchi (2019). On Aerts’ overlooked solution to the EPR paradox.

In: Probing the Meaning of Quantum Mechanics. Information, Contextuality, Relationalism

and Entanglement. D. Aerts, M.L. Dalla Chiara, C. de Ronde & D. Krause (eds.) World

Scientific, pp. 185-201.

[5] Diederik Aerts, Massimiliano Sassoli de Bianchi, Sandro Sozzo & Tomas Veloz (2020). On

the Conceptuality interpretation of Quantum and Relativity Theories. Foundations of

Science 25, pp. 5–54.

[6] Diederik Aerts & Massimiliano Sassoli de Bianchi (2015). Many-Measurements or Many-

Worlds? A Dialogue. Foundations of Science 20, pp. 399–427.

[7] Diederik Aerts, Lester Beltran, Suzette Geriente, Massimiliano Sassoli de Bianchi, Sandro Sozzo, Rembrandt Van Sprundel & Tomas Veloz (2019). Quantum Theory Methods as a

Possible Alternative for the Double-Blind Gold Standard of Evidence-Based Medicine:

Outlining a New Research Program. Foundations of Science 24, pp. 217–225.